Brescia (venerdì, 12 giugno 2026) — “Le parole sono un ponte tra ciò che siamo e ciò che non riusciamo ancora a dire”, scrive Italo Calvino, e proprio in questo spazio di passaggio si colloca la storia di Elisa Broglia.
di Monia Settimi
Tra il respiro del lago e la quiete della pianura, il suo percorso si sviluppa come un attraversamento lento e profondo, in cui esperienza, ascolto e scrittura si intrecciano senza soluzione di continuità. Originaria di Asola e oggi residente a Desenzano del Garda, Elisa ha costruito la propria formazione e identità professionale nell’ambito dell’insegnamento, dedicandosi in particolare alla disabilità infantile dopo gli studi all’Università Cattolica di Brescia.
Un lavoro che, nel tempo, è andato oltre la sola funzione educativa per aprirsi a una comprensione più profonda dell’umano, nata nell’incontro quotidiano con fragilità, silenzi e possibilità di crescita, dove l’ascolto dell’altro diventa anche uno sguardo su di sé e il limite si trasforma in una soglia di consapevolezza.

Nel 2020 arriva infatti una svolta decisiva: la scrittura. Non come interruzione del percorso precedente, ma come sua naturale prosecuzione.
Prende così forma Il profumo dei tigli, un libro in cui racconti e poesia si intrecciano, costruendo una geografia interiore fatta di memorie, relazioni e identità in trasformazione.

È in questo spazio di confine, dove l’esperienza diventa memoria e la memoria si fa parola, che la storia di Elisa Broglia smette di essere solo racconto e diventa voce viva, pronta a entrare nel cuore dell’intervista.
Dopo anni di insegnamento e di lavoro accanto a bambini e famiglie, cosa le ha lasciato questo continuo incontro con la fragilità umana?
Il mio lavoro, a cui ho dato moltissimo, mi ha restituito molto di più: umanità, empatia, energia e opportunità di crescita personale. I bambini con cui ho lavorato sono stati, per un tratto del loro percorso, un po’ figli miei, e prenderli per mano ha significato, ogni volta, accettare una sfida. Abbiamo combattuto insieme molte battaglie, senza mai accettare una sconfitta. La soddisfazione più grande, oggi, è sapere che alcuni di loro sono riusciti a superare i propri confini, raggiungendo traguardi insperati. Ogni incontro è stato una scoperta, un atto di responsabilità, un’apertura alla vita, riconoscendo che un limite non è mai del tutto tracciato, ma rappresenta un confine il cui superamento, talvolta, è possibile grazie alla dedizione e all’amore.
L’umanità, l’empatia e le storie incontrate nel suo percorso professionale sembrano aver lasciato un segno profondo anche nella sua scrittura. Quando ha avvertito il bisogno di dare forma a tutto questo attraverso le parole? È stata un’esigenza spontanea o una scelta consapevole?
Ho iniziato ad esprimermi in modo creativo con la poesia. L’urgenza delle emozioni utilizza l’alchimia delle parole, conferendo loro magia. Nella prosa, invece, intervengono il contenuto, il tempo e il luogo a modulare la parola che si fa linguaggio espressivo consapevole, pur mantenendo la tensione e la libertà dell’atto creativo. La scrittura è così insieme necessità e scelta: nasce da un impulso interiore, ma si compie nel gesto responsabile di dare forma e misura al pensiero.
Nel passaggio tra poesia e prosa che caratterizza Il profumo dei tigli, come convivono spontaneità e costruzione formale?
Credo che questo equilibrio nasca proprio dall’incontro tra memoria e forma. Il profumo dei tigli si caratterizza di 9 racconti, ma c’è anche un ampio spazio dedicato alla poesia. Prosa e poesia convivono felicemente in questo libro. Nei racconti si celebra la vita in tutte le sue sfumature e i temi affrontati sono molto interessanti: il senso dell’identità, il rapporto tra culture, l’inclusione, la disabilità, le dinamiche familiari, l’adolescenza e molto altro. Passioni, gioie, fragilità ed emozioni dei miei personaggi sono il respiro della loro stessa umanità. La memoria dà forma a una narrazione in cui il ricordo non è solo un guardare indietro, ma ne vivifica l’intensità. Nella poesia, la parola cattura l’istante che, etereo, altrimenti sfuggirebbe.
Nei suoi testi emerge una forte intensità emotiva, mai però eccessiva; allo stesso tempo si percepisce una grande vicinanza ai personaggi, ma mai invasiva. Come riesce a mantenere questo equilibrio tra coinvolgimento e misura, tra empatia e distanza narrativa? E in particolare, in “Guardami negli occhi”, come ha evitato il rischio di retorica o pietismo nel raccontare disabilità e fragilità familiari?
È qualcosa che nasce dentro il gesto stesso della scrittura. Ogni mio racconto e ogni poesia hanno un’anima e, mentre scrivo, vivo completamente dentro quella storia o quell’emozione, che però trova naturalmente la sua forma. Cerco al tempo stesso di mantenere un ascolto profondo, che mi permette di non sovrappormi ai personaggi: mi è impossibile fare diversamente. Perfino il mio subconscio continua a lavorare, anche di notte, offrendo suggerimenti.
Forse la risposta più vicina a questo equilibrio è una mia poesia:
PAROLE COME FARFALLE
Parole sussurrate
volano scompigliate
come farfalle.
Fluttuano nel vento
in un sogno senza tempo,
sospese, volteggiano,
si adagiano sul cuore,
accarezzano emozioni,
si librano felici.
In “Guardami negli occhi”, il racconto nasce dalla mia esperienza come insegnante di sostegno, accanto a madri che affrontano da sole grandi difficoltà, dovendosi fare carico del proprio figlio e delle sue difficoltà dopo l’abbandono del marito. Da qui il bisogno di raccontare il lato più silenzioso e doloroso della fragilità umana, dove la disabilità diventa anche specchio delle fragilità dei genitori. Con Maria ho voluto dare voce alla solitudine di molte madri, segnate oltre che dalla cura quotidiana anche dal rifiuto sociale e affettivo. È la storia di come, dentro perdita e abbandono, possa nascere una forza nuova e inattesa.
Quindi che ruolo attribuisce alla famiglia nei suoi racconti: spazio di protezione, luogo di conflitto o entrambe le cose?
Nel mio libro la famiglia è indubbiamente la struttura portante della società, ma nei miei racconti viene descritta come un organismo vivo che può proteggere o soffocare, pur restando il luogo in cui i protagonisti sono chiamati a confrontarsi con sé stessi e a scoprire chi sono veramente. L’ambivalenza sta proprio in questo: la famiglia è il luogo dove si forgia l’identità. La frattura, tuttavia, a volte è salvifica, come nel caso di Anika, che si ribella all’imposizione e alla violenza del padre. È un passaggio necessario per la promozione di sé e un atto di libertà indispensabile per svincolarsi da retaggi culturali che l’avrebbero altrimenti schiacciata.
Le sue protagoniste femminili vivono spesso tra appartenenza e libertà. Questa tensione nasce più dalle loro scelte individuali o dal contesto sociale in cui si muovono?
È una tensione che non può essere ricondotta a una sola dimensione. Giuditta, Maria e Anika sono alcune delle protagoniste dei miei racconti che vivono epoche diverse e diverse forme di solitudine. Giuditta affronta il pregiudizio sociale del primo Novecento; Maria vive l’amore e le complessità di un figlio autistico; Anika la violenza di tradizioni arcaiche che sopravvivono nel presente. Tutte e tre condividono lo stesso punto di svolta attraverso la trasformazione individuale. Il mio libro suggerisce che, storicamente, la libertà delle donne è sempre passata attraverso il coraggio di affrontare una frattura.
Proprio dentro questa dinamica di trasformazione e frattura, Anika e Giuditta non arrivano mai a una sintesi definitiva tra tradizione e libertà: è una scelta narrativa oppure il riflesso di una realtà che non ammette conciliazioni pienamente risolutive?
La mancanza di una sintesi definitiva tra tradizione e autodeterminazione è un atto di onestà intellettuale verso questi due personaggi. Per Anika e Giuditta la conciliazione non è possibile perché la loro libertà nasce da una ferita che non può essere rimarginata senza tradire la verità della loro esistenza.
Le “ferite invisibili” assumono un ruolo centrale nella sua poetica. Si tratta di un’attenzione che affonda le radici soprattutto nella condizione femminile oppure rimanda a una lettura più ampia della fragilità umana?
Le ferite invisibili a cui accenna sono il baricentro attorno al quale ruota sia la prosa sia la poesia nel Profumo dei tigli. Nel mio libro non si tratta solo di una scelta stilistica, ma di una necessità etica: i miei personaggi non nascono per essere eroi o figure ideali, ma specchi di verità. La loro fragilità non è un limite, bensì un punto di contatto con il lettore. Credo che la riflessione sulla condizione femminile sia centrale: per secoli il dolore e il vissuto delle donne sono stati confinati nel silenzio o nell’invisibilità. Affrontare queste tematiche significa quindi compiere un atto di recupero dei sentimenti. Le forti emozioni che attraversano le mie poesie palesano una vulnerabilità che non è assenza di coraggio… sono sussurri carichi di significato dove costante è la tensione verso la felicità.
Scrivere può diventare un modo per attraversare il dolore. Ma come si evita che questo attraversamento si trasformi in una riapertura della ferita, anziché in un processo di consapevolezza?
Abitare il paradosso della scrittura come dispositivo di cura significa accettare che l’inchiostro attraversi la ferita per poterla raccontare. Nei miei testi non cerco di evitare il dolore, ma di accoglierlo come parte dell’identità dei personaggi, che attraverso le loro fragilità maturano una nuova consapevolezza. Da qui nasce la possibilità della trasformazione: storie diverse che si intrecciano in una tensione comune verso la rinascita.
Nei suoi racconti la trasformazione non segue mai un percorso lineare, ma procede per fratture, deviazioni e ripartenze. Come si costruisce una coerenza narrativa dentro un movimento così instabile e aperto?
La crescita dei miei personaggi è per natura frammentata: passa attraverso rotture, deviazioni e nuove consapevolezze. È un percorso che richiede tempo e il coraggio di superare i propri limiti. La narrazione si costruisce quindi come una sequenza di tappe emotive, in cui ogni passaggio segna una diversa forma di comprensione di sé. In questa prospettiva, la rinascita non è un punto d’arrivo, ma una fase del processo. La scrittura dà forma a questo movimento senza bloccarlo, ma accompagnandolo nel suo fluire. Allo stesso modo, in “Ali che sanno volare”, la mancanza di una conclusione definitiva riflette un’idea di cambiamento continuo e aperto.
Se il cambiamento non conosce approdi definitivi, qual è l’immagine o il momento che sente come origine simbolica del suo percorso creativo?
Il nucleo invisibile è proprio il profumo dei tigli. Non è solo un piacere olfattivo che evoca ricordi, ma la “soglia viva” che ha permesso a ciò che ero, un’adolescente in cerca della propria identità, di trasformarmi in ciò che sono oggi. L’origine segreta è il momento in cui ho capito che l’amore per gli altri non può fiorire senza il nutrimento dell’amore per sé stessi. Il tiglio, con le sue radici profonde e i fiori dolcissimi, rappresenta questo equilibrio: un amore che non si esaurisce perché si rigenera continuamente nel rispetto di sé.
A partire da questa origine profondamente legata a un processo di trasformazione e consapevolezza, anche il suo lavoro sembra aprirsi al dialogo con altre arti. La collaborazione con Sandro Dall’Omo ha portato i suoi testi in una dimensione visiva e musicale: questo ha cambiato anche il modo in cui scrive?
La collaborazione con un artista della sensibilità di Sandro Dall’Omo è stata fondamentale per espandere i confini del mio lavoro. Sandro ha messo a disposizione le sue basi musicali e la sua creatività per trasformare i miei testi in video-poesie. La sua musica non si limita ad accompagnare le parole, le abbraccia e le sublima. Le trovate nel mio canale YouTube: Elisa Broglia scrittrice.
Nel dialogo tra parola, musica e immagine, e tra i concetti che attraversano il suo lavoro, come cura, verità, memoria, amore e libertà, quale sente meno adeguato a descriverlo e quale, invece, continua a generare nuovi significati?
La parola VERITÀ, se intesa come qualcosa di statico, assoluto o definitivo, è quella che sento meno adeguata a descrivere il mio lavoro. Nel libro, infatti, la verità non è mai un punto d’arrivo o una sentenza, ma un processo faticoso e in continuo mutamento. La parola che trovo invece incredibilmente generativa è LIBERTÀ. Non la libertà intesa come un’assenza di legami, ma come una scelta costante, un continuo superamento dei confini e delle ombre del passato. È generativa proprio perché non è mai del tutto compiuta.
Guardando a questo percorso che si apre continuamente al dialogo e al confronto, anche il rapporto con il pubblico sembra diventare parte integrante della sua scrittura. Il prossimo 22 giugno alle ore 18.00 sarà ospite a Teletutto: cosa rappresenta per lei questo incontro e come si inserisce nel suo cammino artistico e personale?
La partecipazione a Teletutto rappresenta un’evoluzione naturale del cammino iniziato tra le pagine. La scrittura, per me, non è un atto solitario che si esaurisce sulla carta, ma un ponte gettato verso l’altro: questo appuntamento televisivo ne è una prosecuzione concreta e un momento di condivisione diretta con il pubblico, in cui il mio percorso artistico e personale trova un’ulteriore forma di compimento.

Un percorso che, dalle radici dell’insegnamento alla scrittura, ha trovato una forma coerente di sguardo sul reale, dove esperienza e parola si fondono in una voce che attraversa la vita nella sua complessità più profonda e luminosa. Nel dialogo con i lettori questa voce continua a vibrare, aprendo le pagine de Il profumo dei tigli a storie, fragilità e trasformazioni che non si leggono soltanto, ma si attraversano.
Last modified: Giugno 14, 2026



