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“Diabolik”, sette anni dopo: la sorella riapre il caso e mette in discussione la narrazione pubblica

Brescia (domenica, 5 luglio 2026) — A sette anni dall’omicidio di Fabrizio Piscitelli, torna a far discutere una testimonianza che riporta al centro uno dei casi più controversi della cronaca recente. A parlare è la sorella Angela Piscitelli, protagonista di una nuova intervista esclusiva per DarkSide – Storia Segreta d’Italia.

di Monia Settimi

Nel suo racconto emerge con forza un punto chiave: la distanza tra la figura pubblica del fratello e quanto risulterebbe dalle carte giudiziarie. Secondo la sua lettura degli atti dell’operazione “Grande Raccordo”, non emergerebbe l’immagine del “numero uno” spesso raccontata da media e programmi televisivi, ma un profilo diverso, più complesso e meno definito.

La testimonianza ripercorre anche il momento più drammatico, la telefonata che annunciò alla famiglia l’omicidio avvenuto il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti di Roma, segnando l’inizio di un percorso ancora oggi irrisolto. Tra i passaggi citati ci sono la vicenda giudiziaria di Musumeci, condannato all’ergastolo in primo grado e poi assolto in appello con formula piena, e la presenza di un altro soggetto indicato nelle carte come Fabietti.

Un ulteriore nodo riguarda il lavoro investigativo sul cellulare della vittima, analizzato dagli inquirenti e diventato elemento centrale nelle ricostruzioni del caso. La sorella di Piscitelli solleva inoltre una riflessione sul rapporto tra giustizia e media, citando la messa in onda di un’intervista nel programma Belve, trasmessa pochi giorni prima della sentenza di assoluzione nel processo legato a Musumeci, senza formulare accuse ma evidenziando un dubbio legato alla tempistica.

A distanza di sette anni, resta un punto fermo: nessun nome certo per mandanti ed esecutori dell’omicidio. La famiglia continua a riporre fiducia negli investigatori del Nucleo Investigativo dei Carabinieri e della Direzione Investigativa Antimafia, mentre il dolore rimane immutato. A riassumerlo, una frase della madre dopo una sentenza: “me l’hanno ucciso due volte”.

Un caso che, ancora oggi, resta sospeso tra verità giudiziaria, narrazione pubblica e ferite familiari non rimarginate.

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Last modified: Luglio 7, 2026
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