Esteri (domenica, 1° marzo 2026) — L’Iran mostra due volti opposti dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei. In alcune città, come Teheran, Mashhad e Shiraz, le strade si sono trasformate in piazze di esultanza, con giovani e famiglie che cantano cori contro il regime, ballano e accendono fuochi d’artificio. Allo stesso tempo, la televisione di Stato ha trasmesso immagini di commozione e dolore, con un conduttore che, incapace di trattenere le lacrime, ha interrotto la diretta mentre annunciava il decesso del leader religioso.
di Monia Settimi
La morte di Khamenei, Guida Suprema dell’Iran dal 1989, ha riacceso ferite mai rimarginate: nel gennaio 2026, le proteste contro la crisi economica e il potere autoritario del regime furono soffocate nel sangue, con centinaia di vittime tra manifestanti e civili. Per molti, la scomparsa della Guida rappresenta una sorta di rivincita, un segnale simbolico che un’era di oppressione potrebbe volgere al termine.
Le autorità iraniane hanno dichiarato quaranta giorni di lutto nazionale e definito Khamenei e alcuni membri della sua famiglia martiri di un presunto attacco esterno. Cerimonie funebri imponenti sono già in programma, ma nelle strade resta evidente un Paese diviso: tra chi piange il leader della Rivoluzione islamica e chi spera che la sua morte apra la porta a un cambiamento storico.
Questa duplice realtà mostra un Iran frammentato, in cui gioia, rabbia e dolore convivono, rivelando il profondo divario tra cittadini e regime e anticipando mesi di incertezza politica e sociale senza precedenti.
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